Cultura e dintorni

 

Per festeggiare il superamento dei 10000 contatti del blog (non è auto-celebrazione ma solo un dire “grazie“), con grande piacere pubblico alcune delle domande che mi sono state rivolte dal Prof. Renzo Pavese in un’intervista per la rivista Cultura e dintorni (Periodico bimestrale di informazione culturale. Volume 8-9. Direttore Responsabile: Luca Carbonara), uscita verso la metà di Luglio. La rivista è disponibile o ordinabile presso qualsiasi libreria e sui cataloghi online.

L’intervista si compone di venti domande davvero interessanti, articolate in sei lunghe pagine: ne ripropongo solo alcune, quelle che, in questo preciso momento, possono servire da “promemoria” a me stessa.

Domanda n. 4: Le amicizie, gli amori, la famiglia e i figli, sono utili per calmare la “bestia” che a volte c’è in noi?

Secondo me, questi quattro pilastri sono il substrato fondamentale della vita di ogni uomo, i punti di riferimento per non farsi inghiottire dalla vita vorticosa che viviamo. Come dico nel mio libro, “Chiunque nella vita può incontrare una bestia”; di certo avere una “culla” affettiva che sorregga e sostenga, assicura già una buona parte di vittoria sulla bestia stessa.
A maggior ragione, per un bipolare che non ha più valori (spesso cerca la trasgressione, l’evasione) e voglia di vivere (cerca la morte), rapporti familiari, d’amore e d’amicizia stabili sono alla base della comprensione della malattia, dell’accettazione di avere le ore della giornata scandite dai farmaci e della sopravvivenza stessa. Questo ha come risvolto quello di non far sentire il malato di mente – “il matto” – un escluso, un diverso e, di rimando, per combattere lo stigma che ancora c’è nella nostra società nei confronti di questi tipi di patologie: sentirsi accettati e rivalutati anche e, soprattutto, oltre le malattie mentali stesse, sta alla base del reintegro sociale del malato psichiatrico che ha ancora tanto da dare agli altri.

 

Domanda n. 5: Che cos’è per lei la fede?

La fede è quel legame che ci unisce a Dio, è un suo dono che non tutti accogliamo. È una fiammella, fatta di fuoco interiore e non esteriore, che a volte arde con forza e riluce in bellezza, altre volte rischia di spegnersi soffocata dal nostro egoismo, dalla paura, dal male in tutte le sue forme. Dice Madre Teresa: “Il giorno più bello, oggi. L’ostacolo più grande, la paura. La cosa più facile, sbagliarsi. L’errore più grande, rinunciare. Il sentimento più brutto è il rancore. Il regalo più bello, il perdono. La forza più grande è la fede. La cosa più bella del mondo, l’Amore”. La fede è quella forza che ci sostiene, quell’ancora a cui potersi aggrappare quando si cade nell’abisso, un faro che riluce per noi anche nelle notti più buie. È quel legame profondo, intimistico, quell’insaziabile ricerca della verità e della pace che passa anche attraverso il dolore, il rifiuto e la misericordia. Per la protagonista del mio libro, il legame con Dio è stato un “amore giovanile”, fatto di tante scoperte, incontri importanti e attivismi di vario genere. Poi, Viviana, ha dovuto fare i conti con la dura realtà delle malattie nella vita adulta e, così, la fede è divenuta una battaglia, uno sfogarsi un arrabbiarsi e far domande a Qualcuno più grande di noi. Nonostante questo, nel capitolo “La mamma Celeste”, Viviana racconta che i suoi punti di riferimento principali sono Madre Teresa di Calcutta, Giovanni Paolo II e, naturalmente Maria, la mamma di Gesù. La fede, quindi, con la storia di Viviana è confermata come arduo percorso, cammino di vita fatto di saliscendi e dirupi, necessari per alimentare quella fiammella e sentire su di sé l’abbraccio amorevole del Padre.

retro copertina

Domanda n. 7: Qual è il consiglio più importante per non arrendersi a un destino che ci opprime?

Coltivare la speranza, in ogni modo. Pregando, parlando con qualcuno di cui ci si fida, facendo volontariato per non ripiegarsi su se stessi, fotografando, ascoltando buona musica, dedicandosi ad altri interessi che ci mettano in contatto con il Bello. Io coltivo la speranza scrivendo. Porto sempre un quaderno con me e scrivo dovunque: sul minimetrò della mia città, a casa, durante le attese più svariate… Scrivo di tutto: sui paesaggi che vedo, sulla gente che incontro, su qualcosa che mi colpisce e soprattutto sulle emozioni che provo. Da qui il motto del mio sito: “Emozioni in punta di penna”. Ho ripreso a scrivere, dopo lunghi anni di buio, per i miei figli e questo mi ha come liberata dalla polvere e dal tedio per riscoprire, a quasi quarant’anni, che mi piace scrivere. Questo potrebbe suonare un po’ come fallimento: invece no, è come una riscossa, una rinascita, una resurrezione. Senza funambolismi psicologici o panegirici intellettuali, perché, a questo punto è un dato di fatto, scrivere per me è una sorta di catarsi, è terapeutico. Con il mio libro, le sue presentazioni e i “grazie” di molti, ho avuto la certezza che quel grido di speranza che volevo passasse dal mio manoscritto era stato urlato a gran voce, ascoltato nel silenzio del cuore, accolto e metabolizzato da ogni persona che mi ha letto. Questo per me è ben più grande di qualsiasi risultato editoriale e, benché a priori non avessi nessun obiettivo, solo dopo ho capito – con quello che ho provato quella sera e fino ad oggi – che è questo il mio sogno: scrivere per donare, nonostante la difficoltà delle tematiche che affronto (perché non mi piace giocare facile, non ci riesco) speranza e voglia di vivere.
Herman Hesse diceva: “I libri hanno valore solo se guidano alla vita, se sanno servirla e giovarle”.
Col mio libro, ho aiutato chi mi ha letto alla rilettura della vita, e io stessa ho riscoperto e valorizzato la mia. Ecco perché scrivo: voglio servire la vita e il suo Creatore, nel senso più ampio di cantarla, lodarla e valorizzarla anche di fronte alla mediocrità del mondo, alle difficoltà più insormontabili e agli abissi più neri in cui ogni essere può sprofondare. In questo modo giovo a me stessa per prima e, spero, anche agli altri, donando quella speranza che io stessa coltivo.

 Domanda n. 20: Si faccia una domanda e si dia una risposta.

Cosa voglio fare “da grande”? Voglio fare la mamma e vorrei continuare a scrivere.

 

 

9 pensieri su “Cultura e dintorni”

  1. Diceva Kierkegaard che “Solo un animo nobile soffre”,io aggiungerei che solo un animo nobile sa trovare nella fede la sua “forza più grande”.
    Tu hai un animo nobile.
    Congratulazioni per questa bella intervista.
    Un abbraccio.
    Sunrise

  2. “La Scrittura è una lunga introspezione, è un viaggio verso le caverna più oscure della coscienza, una lenta meditazione”

    Isabelle Allende

    Sei grande ed hai tutta la mia stima e il mio affetto

  3. Care amiche che avete, finora, commentato: grazie a tutte!
    Tendo a precisare, però, che davvero non volevo auto-celebrarmi (nemmeno coi vostri complimenti, desidero non me li faccia nessuno, nei prossimi commenti) ma solo auto-incoraggiarmi in questo duro periodo e, soprattutto, dire grazie a chi:

    1) mi sostiene da sempre;
    2) mi sostiene dal libro e dal blog in poi;
    3) mi aiuta a diffondere, ancora, il libro.

    Detto ciò (pubblicità: trallallallalà, sarebbe un vecchio jingle televisivo…) vi invito ad acquistare la rivista dove c’è l’intervista completa (a me non ne viene nulla): anche questo è un dire “grazie” a chi l’ha voluta (Renzo Pavese) e pubblicata (Luca Carbonara) 🙂

    Un abbraccio!

  4. Ti ho ascoltato a Progetto Itaca Roma, ma sono dovuto scappare senza complimentarmi. Sono quello che ti ha fatto la domanda sulle “censure” a Perugia.

    Sei molto brava. Prenderò sicuramente il libro a Progetto Itaca dove faccio il volontario, senza fare cose eccezionali.

    Ti ho messo anche il sito web dove scrivo, a differenza tua, scrivere non mi è facile ma su sibialiria scrivono anche Marinella, giornalista free lance di ecologia e altri molto bravi.

    a presto
    marco

    1. Grazie, Marco e benvenuto a bordo!

      Sto scrivendo – con fatica anche io, sono molto stanca anche fisicamente – un post sui miei due giorni romani e anche su Itaca… mi ricordo bene di te!

      Non merito complimenti, io, ma solo Colui che ci ha donato i talenti.
      A noi sta condividerli, alimentando la speranza di cui parlavamo.
      Facendo così, anche le cose piccole diventano eccezionali, magari non agli occhi degli uomini ma di certo agli Occhi di Qualcuno che tutto vede. Una grande donna del nostro tempo che di certo diverrà santa – Chiara Corbella Petrillo – ci invita (forse l’ho citata a Itaca ma non ricordo) a mettere in pratica la regola delle “3 P”: PICCOLI PASSI POSSIBILI!
      E un’altra donna, sempre eccezionale, Chiara Lubich (citata anche nel mio libro) mi ha insegnato la regola delle “6 S”: SARO’ SANTA SE SONO SANTA SUBITO!
      Quanti inviti e suggerimenti dal Cielo!

      Bravo che scrivi! Come vi dicevo la scrittura (almeno per me) è catarsi, non mollare mai questo tuo talento, dono di Dio: proprio perché non ti è facile, tutti – soprattutto Lui – apprezzeranno il tuo impegno.
      Darò un’occhiata al sito dove scrivi, se vuoi iscriviti anche tu al mio per alimentare sempre più la fiamma della condivisione e della diffusione della vision di Itaca: “HOPE”.
      Se non ti piacerà ciò che scrivo, ti cancellerai.
      A proposito di censure… a Sibialiria avete anche un editore? 😉

      Ti abbraccio forte, grazie per la domanda diretta e non scontata che mi hai fatto alla presentazione e… grazie di essere qui!

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