Dolore come unione

La sofferenza unisce. Questo è fuori dubbio. L’ho sperimentato più volte nella mia vita.
E’ come se di fronte al dolore ognuno di noi abbassasse le proprie difese, perché indifeso e atterrito, per trovare forza nell’aiuto altrui. Una sorta di solidaristica empatia che allevia reciprocamente il fardello da portare.

Ho incontrato questa quasi impalpabile ma forte forma di unità nel reparto dell’ “Utin”, il cosiddetto Centro Immaturi: madri estranee l’una all’altra che, pur nell’immensa  sofferenza di avere un figlio lì dentro, gioiscono reciprocamente per i piccoli progressi quotidiani che quegli scricciolini racchiusi in delle enormi e sproporzionate (rispetto a  loro) scatole – le incubatrici – compiono: poche decine di grammi di latte in più che il cucciolo ha succhiato, un tubicino in meno attaccato al piccolo, l’uscita dal reparto intensivo, dall’incubatrice o definitivamente dall’Utin,  sono motivi di abbracci, di carezze, di saluti carichi d’emozione.

E che dire di altri reparti, che non voglio nemmeno nominare, dove di fronte all’asportazione completa di certi organi fondamentali per la femminilità si sdrammatizza e scherza con tanta solidarietà – quella che unisce – sull’utilizzo di parrucche e organi artificiali che certe altre persone invece sfruttano per apparire esteticamente più belle?

Quante catene di preghiere, poi, tra amici e parenti attoniti s’innescano di fronte al dolore, che magari esclude queste stesse persone, perché carico di vergogna per colpe non commesse ma piombate nell’anima come macigni… Viviana, la protagonista del mio libro “Una storia di stra-ordinaria follia”nel culmine dell’attacco della “bestia” si chiude, si isola, si annichilisce.
Lei stessa racconta cosa prova: 

Annientamento e appiattimento dei sentimenti che rende iniqua ogni tua possibile azione che scaturisca dal cuore. Tutto sembra inutile, anche i sentimenti e i legami. Si chiudono le porte: quelle del cuore e quella di casa. Anche se c’è un viavai continuo di familiari sbigottiti e increduli che non sanno cosa pensare, dire e fare. Tutti trovano difficile anche il solo capire come essere presenti, molti si limitano a pregare.
Cosa provano?
 Pietà? Certo. Provano rabbia? Di sicuro. Provano disperazione? Sì.
Per una figlia, sorella o moglie ormai incapace di autogestirsi e di curarsi della casa, del lavoro, del proprio figlio. Per una donna giovane e pazza, folle o, forse, soltanto malata.
“Le cure faranno effetto? Se sì, quando? E per quanto a lungo? Guarirà? Avrà una vita normale lei e la sua neonata famiglia? E Alessandro?”
Questi credo siano i pensieri che affollavano la mente dei miei familiari più vicini.

Viviana ha paura dei commenti della gente – è la malattia stessa che glielo impone, non il suo carattere – dello stigma che si crea di fronte al disturbo bipolare (malattia psichiatrica ai più sconosciuta e magari definita “esaurimento nervoso”). Ma lei è certa dell’affetto a distanza delle sue più care amiche, queste le sue parole a proposito di una di esse:

Durante la malattia Benedetta mi è stata sempre accanto, sia nella presunta normalità, sia nelle fasi di mania, sia in quelle di depressione profonda. Anche se io le chiudevo il mio cuore e la porta della mia casa, lei c’era. Con un breve sms mentre ero in clinica, accorrendo in ogni luogo quando ne avevo bisogno anche solo per parlare, con lunghe telefonate di sfogo o condivisione, lei non mi ha mai abbandonato. E credo che, soprattutto con la preghiera più sincera e profonda per me, lei c’è sempre stata. Nel suo grande cuore palpitante di generosità per tutti, io, posso affermare con certezza, un posto ce l’avrò sempre.
Questa è l’amicizia, quella con la “A” maiuscola, quella vera che va oltre le distanze, le contingenze della vita, le diversità di carattere. Quella con la quale vorresti invecchiare senza accorgertene. E penso che io e lei siamo a buon punto, ci sentiamo spesso, ci vediamo quando è possibile e, nonostante tutto, un pensiero quotidiano reciproco c’è sempre. Piccole cose che fanno grandi amicizie che durano una vita.

E di un’altra amica, Viviana racconta:

Monica è stata sempre presente, come le permettevo, a volte anche solo con la preghiera. Mi sottolinea che le “vecchie amiche” hanno sempre chiesto per me la guarigione, e hanno vegliato su me e Raffaele, durante la gravidanza.

La preghiera, quindi, come unione di fronte alla sofferenza che crea tanti “grani di un rosario vivente” fatto di persone che, dall’esterno – magari in punta di piedi per non invadere e ledere la sacralità della sofferenza altrui – pregano e abbracciano, accompagnandolo e rendendolo meno buio, il baratro in cui l’amico o il parente è piombato.
La cosa che mi ha sconvolto di più nel periodo post-pubblicazione è che alcune persone hanno acquistato il libro per regalarlo a chi ha pregato per Viviana. Per ringraziare questi “grani del rosario” che si erano posti, senza saperlo, attorno a lei e che l’hanno circondata con una rete d’amore, di protezione e sostegno con il potente mezzo della preghiera. E nemmeno lei lo sapeva: è stata una sorpresa meravigliosa scoprire che non è mai stata sola a lottare e che anche persone a lei sconosciute le avevano donato un po’ del loro tempo prezioso perché fiduciosi nell’amore immenso di Gesù e di Maria. Da sola non ce l’avrebbe fatta!

Non posso, infine, non accennare alla profonda unione che scaturisce dalla sofferenza di coppia, proprio come quella che hanno sperimentato, e che sperimentano ancora, Viviana e Angelo.
Di questo parlerò nella prossima puntata (intanto: Auguri! In questi giorni ricorrono il loro anniversario di fidanzamento e anche quello di matrimonio!)…

 

 

 

14 pensieri su “Dolore come unione”

  1. Ho appena sbirciato il tuo nuovo scritto;lunedì lo leggerò meglio che ora devo andare, ma voglio dirti intanto che scrivi molto bene e se continui così la scrittura ti darà tante soddisfazioni.
    Per ora ti lascio augurando a Viviana e Angelo BUON ANNIVERSARIO!

  2. quasi sempre i gesti compiuti nella penombra sono i più sinceri.. c’è un motivo se a volte non riusciamo a stare vicini a qualcuno e ci mancano le parole.. in quel momento le nostre parole dovrebbero essere accompagnate da quelle di Qualcuno che ci conosce sicuramente meglio che sa come arrivare al centro dei problemi e sa farci capire quale sia il nostro ruolo nel dolore di qualcuno ch amiamo.. in questi casi le parole, è proprio il caso di dirlo.. non servono affatto..

  3. E’ proprio vero che la preghiera unisce nel dolore. Altrimenti la sofferenza sarebbe solo una masochistica perdita della libertà. Un po’ come il matrimonio, sinonimo di unione solo se benedetto dal sacramento e dalla preghiera; Altrimenti vita di due individualità. Grazie Lu per queste belle parole e auguri a Viviana per i due anniversari. Ma soprattutto ad Angelo, che come ogni uomo nella coppia è destinato alla sofferenza, con o senza unione! 🙂

    1. Non sei maschilista, caro Bull… no, no!! Ho letto questa frase un giorno che mi ha fatto sorridere:
      “Non è vero che i mariti, quando vedono una bella donna, si dimenticano di essere sposati. Al contrario, se lo ricordano dolorosamente”. Anche questo è dolore nato dall’unione, quella matrimoniale 🙂

      A parte gli scherzi, grazie per le tue parole: la masochistica perdita della libertà è un’espressione azzeccatissima; a volte, infatti, si preferisce crogiolarsi nel dolore senza comunicarlo, condividerlo o donarlo. Si vive in una specie di “limbo” che ci rende schiavi della sofferenza e ci priva della libertà. Ma è perchè noi lo vogliamo! Basterebbe fare (facile a dirsi!) come suggerisce Giovanni Paolo II:

      “Non si è mai soli davanti al mistero della sofferenza: si è col Cristo che dà senso a tutta la vita. Con Lui tutto ha un senso, compresi il dolore e la morte”.

  4. Carissima “Amica”, nata da subito come una conoscenza voluta da entrambe senza tanti preamboli, iniziata con un regalo di benvenuto nel quartiere (non tanto per il valore in se stesso del regalo), ma per il pensiero avuto, mi ha fatto sentire accolta. Da qui poi è stato un crescendo l’arrivo del tuo primo figlio mi ha dato una gioia immensa avrei voluto partecipare di più nella tua vita, ma la realtà quotidiana ti porta sempre a correre a dover fare mille cose sempre, ogni giorno e dentro a determinate ore che benché tanto vicine eravamo lontane. Solo materialmente perché ogni giorno c’era un pensiero un sorriso o un saluto sfuggente. Mi dava gioia, avrei voluto poter condividere la stessa felicità, ma la mia compagna di vita non me lo ha permesso; mi ha dato false speranze, ma solo per farmi ricadere in terra nella dura realtà. Inizialmente c’è stato il rifiuto con tutta me stessa non volevo questa compagna, soprattutto non volevo che le persone a me vicine mi vedessero con le mie trasformazioni; poi è arrivata la rassegnazione (per modo di dire), ormai ce l’ho addosso come un francobollo su una busta da lettere. Una busta vuota perché non mi interessava più nulla anche se a volte notavo la sofferenza nei loro occhi, ma non mi interessava contava solo quello che sentito e provavo. Il mio dolore era mio e nessuno poteva capire. Qui posso dare ragione alle parole di Bull78; solo in parte comunque, in quanto quello che inizialmente mi faceva allontanare tutti (soprattutto mio marito e i figli) ora ci ha uniti in un modo differente: non c’è più solo l’amore quello verso la persona amata che ti piace, che ti fa sorridere, che condivide la sua e la tua vita “nel bene e nel male” per tutta la vita – voluta e ricercata – non una catena che ti lega spesso nominata “palla al piede”. Ora a distanza di tempo, di battaglie alcune vinte altre no, è subentrata un’altra forma di amore più profonda, più intima ” intesa nell’animo “nella profondità dell’essere umano” senza nessun tipo di barriere, pregiudizi o tabù. Soltanto un vero matrimonio fatto, creato “nel bene e nel male” nel vero senso delle parole. Vivendo un poco più alla giornata, ringraziando il Signore per quello che ci dà, anche se la strada è irta.

    1. Cara Roby, tu scrivi: “poi è arrivata la rassegnazione (per modo di dire), ormai ce l’ho addosso come un francobollo su una busta da lettere”.
      La rassegnazione è uno stato d’animo pessimo, spesso anche io la provo, ma cerco di scacciarla al più presto. Rassegnarsi non è vivere, è sopravvivere con un senso di continua amarezza in bocca.
      Per fortuna poi tu, come testimonianza di forza e voglia di vivere, hai riempito quella busta che era vuota uscendo dal tuo dolore, riscoprendo l’amore dei tuoi familiari come “forma di amore più profonda, più intima intesa nell’animo”.
      Sei un esempio, Roby: la tua strada è in salita, piena di ostacoli e insidie ma tu hai grinta da vendere e forti valori di vita che, insieme all’amore dei tuoi familiari e degli amici (anche io), ti aiuteranno ad andare avanti sempre. Se non nella concretezza di tutti i giorni, di sicuro con la preghiera.
      Forza! Hai accanto, non solo la tua “compagna di vita” ma anche tante altre persone pronte a sostenerti!

      1. Ciao cara Amica, in effetti “la busta” si sta riempiendo e ringrazio con tutto il cuore di avere questo Tesoro Prezioso fatta di persone che mi vogliono bene e io ne voglio a loro a voi. Soprattutto è tornata la voglia di voler Vivere… Veramente! Trovare poi questo blog è stata un’altra piccola luce che mi indica la strada perché leggo che certi pensieri o azioni non sono poi state rare, grazie per questa diretta sul mondo.

  5. Ho sperimentato in prima persona quello che significa vivere nella sofferenza, anche per lunghi periodi, affiancati dalla costante vicinanza e preghiera di persone che ti sono vicine. Scatta un’autentica rete di affetto che colma, anche nel silenzio, quei buchi nella rete, quei vuoti sordi che da soli a volte non si riescono a colmare: da poco nella mia vita infatti, dopo lunga sofferenza, sono arrivate due meravigliose notizie che hanno letteralmente capovolto la mia vita colmandola di una gioia pura e soprattutto di un senso di gratitudine che tutt’ora sto vivendo e comunicando. Gratitudine verso mio marito che mi è sempre vicino, verso amici e familiari che con il loro pensiero e la loro preghiera, mi hanno sostenuto prima e festeggiato nella commozione poi. Ma soprattutto gratitudine verso Dio: che CON I SUOI TEMPI e i suoi modi mi ha fatto crescere come persona nella coppia, plasmandomi delicatamente. E mi ha fatto costruire una vita e una fede che non sarebbe stata possibile senza questa sofferenza. Me ne rendo conto solo ora che sto sperimentando una pienezza incedibile. Ed è stato un autentico lavoro a due (nel mio caso anche a tre con mio marito): Dio ci aiuta, ci sostiene e ci fa crescere solo se anche noi facciamo la nostra parte. Che non è solo un 1% ma è un “riempire le giare fino all’orlo”, è un gridare e un perseverare…si cade, ci si arrabbia, si grida…ma poi ci si rialza, si alza lo sguardo e si ricomincia…

    1. Cara Sisterina: i miracoli avvengono e io ho sempre pregato, sperato e creduto che per voi sarebbero avvenuti!
      Come dici giustamente tu, Dio ha i suoi tempi che spesso non corrispondono con i nostri, ma avete perseverato in Lui e la pienezza è arrivata (in tutti i sensi!)
      Godiamo di questi miracoli e non dimentichiamocene mai, lodandolo e ringraziandolo, anche se poi qualche ombra offuscherà di nuovo il nostro cammino. Lo dico a te ma lo dico anche a me stessa…

  6. Ciao Lu,che dire dell’amore quello con la A maiuscola c’è una persona che lo rappresenta, è Angelo il marito di Viviana. Pur nella sua grande sofferenza le è stato accanto, ha accudito il proprio figlio e non è scappato portandole magari via anche il figlio, gli ingredienti c’erano tutti, (quanti mariti scappano per molto meno), lui no è rimasto al suo posto perchè lo aveva promesso quell’11 maggio nel bene e nel male. Mi commuve il solo pensiero di quanta sofferenza ha provato e io sono orgoglioso di essere una di quelle persone che hanno pregato e ancora lo faccio perchè il Signore e la Vergine Madre prendessero a cuore la loro situazione. Auguri a Viviana e Angelo, un abbraccio.

  7. Da solo anch’io con una chemio mi sono ritrovato molto vicino agli ” stati” di Viviana…anch’io non SENTIVO gli altri…forse sentivo solo un amore grandissimo per mia figlia ed era l’unica cosa che mi avvolgeva e mi dava la forza per andare avanti…poi dopo tre anni per riprendermi sono morto e rinato, sono un altra persona; i valori si sono spostati ampliamente.
    Il mio consiglio a Viviana? Goditi la vita come puoi in tutti i modi…una giornata di sole, il profumo della primavera,essere felici semplicemente di esistere!!!
    La preghiera per me che sono anticlericale e di tendenza Buddista, è solamente l’amore… incondizionato e verso tutto e tutti! per me pensare con amore a una persona è la vera preghiera; è mandargli/le energia…
    Detto ciò non è così facile come sembra, c’è la vita di tutti i giorni ed è dura , ma dopo ogni notte spunta il sole e non finirà mai… Con affetto

    Ric

  8. Per mia fortuna non ho mai vissuto direttamente esperienze così dolorose come quelle di Viviana ma le ho vissute di riflesso con la malattia di mia sorella che poi è morta, vent’anni fa.
    Lei il suo dolore lo ha condiviso con pochissime persone e io non rientravo tra quelle. Ho vissuto il dolore per vederla trasformare nel fisico e leggere nei suoi occhi la paura, tutto da sola perchè in quel periodo stava finendo il mio matrimonio.
    Ho vissuto il dolore per mio figlio che a soli nove anni ha visto suo padre andarsene con un altra donna e anche quella volta l’ho vissuto da sola.
    Le mie sorelle mi sono state vicino per un po’ ma poi ognuno ha la propria vita e non hanno mai compreso quello di cui avevo veramente bisogno.
    Per me la sofferenza non sempre accomuna le persone, anzi molto difficilmente lo fa ma questa è la mia esperienza e comunque devo dire che “La Provvidenza” mi è sempre venuta incontro facendomi incontrare persone dalle quali ho ricevuto moltissimo e alla fine di ogni esperienza è risorto sempre il sole.

  9. Cara AnnaRita,

    in attesa dopo il 15 Giugno (sarò un po’ più libero, o meglio si limiterà il tempo occluso dall’alba a notte dai vari impegni e progetti che si sovrappongono) scriverò qualche altro brano inaugurativo di commenti, come promesso a Luisa. Al momento, brevemente e più semplicemente, vorrei soltanto soffermarmi sul senso della sofferenza. Essa, come la vita, è, può essere, una sua componente, talora perenne ed integrante, e può diramarsi per variegate vie ed essere vissuta in modalità differenti. Il senso creativo della sofferenza, della lunga malattia che conduce a comprensioni dell’essere oltre la comune soglia percettiva, esiste, si manifesta e diviene quella dimensione spirituale ed applicativa di un comprendere la malattia o un dolore interiore come un lutto od un abbandono. Questi ultimi mali dell’anima spesso più acuti di un patologia fisica, talvolta ottenebranti, paralizzanti i muscoli, creatori di quel buio che spalanca l’abisso senza fondo, senza fine, senza senso, senza identità.
    Ma ciò non deve relegare all’accettazione passiva, a rifugiarsi in un’attesa di una volontà divina imperscrutabile, definita tale da un cattolicesimo ed un protestantesimo che con la loro ortodossia negano ancora, a voi donne soprattutto, la pienezza di un senso dell’esistere, di un diritto ad una femminilità negata, allontanandosi dal quel messaggio policromo e cosmico di Gesù che trascendeva l’ipocrisia farisea, antica visione del nostro modello borghese.
    Ogni essere umano ha diritto ad una molteplicità di scelte anche nell’ambito della sofferenza, ha il diritto di esorcizzarla (entro certi limiti) anche con un appagamento sensoriale (che non significa liceità immorale, o abuso di denaro e lusso estremi).
    Esistono esseri umani che non professano credi religiosi e si professano quanto meno agnostici, e ne conosco alcuni, eppure la loro vita si dipana secondo emanazioni ed applicazioni più spirituali di molti che praticano modelli religiosi.
    Nell’insieme di queste dimensioni: una delicata spiritualità, una comprensione ed accettazione della sensorialità, nella ricerca di una conoscenza interiore ma anche esperienziale, che l’individuò può, non deve, trovare la sua via, una delle tante vie possibili, mai però occluse in un’accettazione passiva e cieca di alcunché.
    Un abbraccio

    Roberto

    P. S. Non ti ho inviato l’invito per la presentazione perché la mail che mi ha indicato Luisa mi ritorna sempre indietro

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