Foglie secche: metafore e appunti d’autunno

Adoro camminare. Respirare l’aria della città al risveglio, osservarla mentre si muove, prima di diventare caotica, all’inizio di un nuovo giorno. Nel tragitto, incontro sul mio sentiero tante foglie secche, preludio dell’autunno incipiente.

Grandi, piccole, accartocciate, spezzate, frastagliate, frantumate… queste foglie schiacciate dal mio passo producono un suono forte, acuto e allo stesso tempo rotondo. Un bel suono che solletica il mio orecchio – distraendolo dai rumori innaturali che mi circondano – e che riempie la mente di quei pensieri che introducono alla stagione fredda, rendendo quelli che sgorgano dopo un’estate – solare, calda, vacanziera – un bel ricordo sfuggente.
Questo è l’autunno: un passaggio.
Un po’ come la primavera – son così le stagioni di mezzo – con le loro giornate incerte e dall’umore variabile: un anticipo di quello che verrà e un graduale allontanarsi di quello che era. E in entrambe la pioggia non manca mai e nemmeno la – spesso conseguente – coltre di nebbia.
Anche l’olfatto viene coinvolto: il profumo umido, dolciastro e pungente di queste foglie, m’inebria le narici. Per non parlare della vista: ogni foglia ha un suo tono – nitido o sfumato, cangiante o netto – pescato tra svariati colori, quali: verde, giallo, rosso, marrone…
Un tripudio di colori, suoni, odori: questo è l’autunno con le sue foglie.

Anche l’anima può paragonarsi, in alcune fasi della vita, a queste foglie: spesso è secca e inaridita, subisce pressioni, calpestii e sfaldamenti. Spesso si sente così schiacciata che il suono prodotto è quasi percepibile dal cuore. Quest’impoverimento le proviene dall’essersi staccata, allontanata dall’albero madre per essere trasportata da un vento beffardo e lusinghiero, ingannatorio e illusorio, verso chissà dove…
La linfa vitale non scorre più, il forte sole non scalda più: solo svolazzamenti giallo-ruggine, che portano l’anima-foglia ad essere calpestata, rimestata, svuotata della sua stessa essenza e disintegrata. In tal modo si separa anche dalle sorelle foglie che l’avevano accolta e sostenuta nello stesso ramo dalla primavera in poi. Tutto è solitudine.

Ma il suo vuoto affanno e il suo frantumarsi, a cosa portano? Soltanto ad altro dolore?

Forse no… insieme alle gocce di pioggia che s’adagiano sul terreno e alle sorelle foglie, diverrà humus che al disgelo sarà linfa e nutrimento nuovo per la vita nuova: la primavera.
Un caldo abbraccio che risveglia i sensi, un timido raggio che filtra attraverso le nuvole, una nuova speranza riemerge.

Nulla muore a se stesso, nulla è destinato a marcire: se offerto per amore, porterà nuovi fiori e gemme, altri frutti inaspettati.
Dall’esempio di Qualcuno prima di noi: è la vita autentica che rinasce e non si stanca di risorgere.

«Un grido strozzato
mi sale dal cuore:
“Perché tanto dolore?”

Poi mi volto e vedo
quel legno incrociato
e nel suo, di dolore,
il mio viene annullato.

Non c’è spazio per le lacrime
perché sono esaurite:
nel pozzo asciutto della mia anima,
solo questi miseri versi
con cui chiedo a Lui
di alleviare il nostro patire.

E come un’anima-foglia,
attraverso la nuda terra,
torno all’albero madre
per esser sua umile figlia»

 

11 pensieri su “Foglie secche: metafore e appunti d’autunno”

  1. Grazie per questo post che fa venire voglia di camminare e riflettere in silenzio.Trascrivo i versi presi dal libro del Qoèlet che da tanti anni sono per me un punto fermo .

    “Per ogni cosa c’è il suo momento,il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo.
    C’è un tempo per nascere e un tempo per morire,
    un tempo per piantar piante e un tempo per sradicare le piante.
    Un tempo per uccidere e un tempo per guarire,
    un tempo per demolire e un tempo per costruire.
    Un tempo per piangere e un tempo per ridere,
    un tempo per gemere e un tempo per danzare.
    Un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli,
    un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci.
    Un tempo per cercare e un tempo per perdere,
    un tempo per serbare e un tempo per buttar via.
    Un tempo per stracciare e un tempo per cucire,
    un tempo per parlare e un tempo per tacere.
    Un tempo per amare e un tempo per odiare,
    un tempo per la guerra e un tempo per la pace.
    Egli ha fatto bella ogni cosa a suo tempo.”
    Un abbraccio.Sunrise

  2. Che dirti, quello che scrivi è semplicemente stupendo, mi fa tornare alla mente uno degli ultimi messaggi della Madonna a madjugorie,cari figli amate mio Figlio nel contemplare la natura, anche io spesso mi incanto e lodo il Signore per le bellezze che ci dona nel creato, spesso, dico che sono le uniche cose, che ti danno la forza di vivere ancora in questo mondo, che l’uomo vuol distruggere, con le brutture di chi ha nel cuore la menzogna,l’arroganza il ladrocinio, l’egoismo di chi si vuol sostituire al Creatore. Per fortuna ci siamo noi che sappiamo rispettare la bellezza. Ciao un abbraccio.

  3. E’ bellissimo quello che scrivi, è difficile dire quello che ti lascia dentro, un senso di meraviglioso per il quale non trovo un giusto aggettivo nel nostro vocabolario. grazie per quello che ci dai. Un abbraccio

  4. Grazie per quello che scrivete.
    Avere la conferma, dai vostri commenti, di essere arrivata lì, al cuore – solleticando le vostre emozioni – è per me fonte di immensa gioia.
    Ed è l’ulteriore dimostrazione che la penna è un mezzo potente di stimolo e sollecitazione interiore.
    Le metafore, poi, aiutano molto ad esemplificare ciò che si prova e sono un potente mezzo per rendere fruibile – anche un discorso interiore o complicato – a tutti.
    Buona settimana e buon proseguimento d’autunno!

  5. Cara Luisa,
    ho appena finito di leggere il tuo libro, letto in poche ore,
    è stupendo. E’ un trovare sempre un senso alla propria vita nonostante le difficoltà piccole e grandi. Questo libro lo definirei una cura per l’anima.
    Ad una amicizia ritrovata
    Un abbraccio

  6. Che bella la poesia!!!! e bello anche il post. Donare tutto, o meglio, dare la vita per rendere felice qualcun’altro è la forma più alta d’amore..
    Anche a me è tornato in mente un brano della mia gioventù che mi piaceva tanto e parlava di questo…è un pò lungo ma vale la pena di leggerlo:

    “L’albero generoso”

    Bruno Ferrero, Il canto del grillo
    C’era una volta un albero che amava un bambi­no. Il bambino veniva a visitarlo tutti i giorni.
    Raccoglieva le sue foglie con le quali intrecciava delle corone per giocare al re della foresta. Si arram­picava sul suo tronco e dondolava attaccato ai suoi rami. Mangiava i suoi frutti e poi, insieme, giocava­no a nascondino.
    Quando era stanco, il bambino si addormentava all’ombra dell’albero, mentre le fronde gli cantava­no la ninna-nanna.
    Il bambino amava l’albero con tutto il suo picco­lo cuore.
    E l’albero era felice.
    Ma il tempo passò e il bambino crebbe.
    Ora che il bambino era grande, l’albero rimane­va spesso solo.
    Un giorno il bambino venne a vedere l’albero e l’albero gli disse:
    «Avvicinati, bambino mio, arrampicati sul mio tronco e fai l’altalena con i miei rami, mangia i miei frutti, gioca alla mia ombra e sii felice».
    «Sono troppo grande ormai per arrampicarmi su­gli alberi e per giocare», disse il bambino. «Io vo­glio comprarmi delle cose e divertirmi. Voglio dei soldi. Puoi darmi dei soldi?».
    «Mi dispiace», rispose l’albero «ma io non ho dei soldi. Ho solo foglie e frutti. Prendi i miei frutti,
    bambino mio, e va’ a venderli in città. Così avrai dei soldi e sarai felice».
    Allora il bambino si arrampicò sull’albero, rac­colse tutti i frutti e li portò via.
    E l’albero fu felice.
    Ma il bambino rimase molto tempo senza ritor­nare… E l’albero divenne triste.
    Poi un giorno il bambino tornò; l’albero tremò di gioia e disse:
    «Avvicinati, bambino mio, arrampicati sul mio tronco e fai l’altalena con i miei rami e sii felice».
    «Ho troppo da fare e non ho tempo di arrampi­carmi sugli alberi», rispose il bambino. «Voglio una casa che mi ripari», continuò. «Voglio una moglie e voglio dei bambini, ho dunque bisogno di una casa. Puoi darmi una casa?».
    «Io non ho una casa», disse l’albero. «La mia ca­sa è il bosco, ma tu puoi tagliare i miei rami e cotruirti una casa. Allora sarai felice».
    Il bambino tagliò tutti i rami e li portò via per co­struirsi una casa. E l’albero fu felice.
    Per molto tempo il bambino non venne. Quando tornò, l’albero era così felice che riusciva a mala­pena a parlare.
    «Avvicinati, bambino mio», mormorò, «vieni a giocare».
    ­Sono troppo vecchio e troppo triste per giocare» disse il bambino. «Voglio una barca per fuggire lontano di qui. Tu puoi darmi una barca?».
    «Taglia il mio tronco e fatti una barca», disse l’albero. ­«Così potrai andartene ed essere felice».
    Allora il bambino tagliò il tronco e si fece una bar­ca per fuggire
    E l’albero fu felice…, ma non del tutto.
    Molto molto tempo dopo, il bambino tornò ancora.
    «Mi dispiace, bambino mio», disse l’albero «ma non resta più niente da donarti… Non ho più frutti».
    «I miei denti sono troppo deboli per dei frutti», disse il bambino.
    «Non ho più rami». continuò l’albero «non puoi più dondolarti».
    «Sono troppo vecchio per dondolarmi ai rami», disse il bambino.
    «Non ho più il tronco», disse l’albero. «Non puoi più arrampicarti».
    «Sono troppo stanco per arrampicarmi», disse il bambino.
    «Sono desolato», sospirò l’albero. «Vorrei tanto donarti qualcosa… ma non ho più niente. Sono solo un vecchio ceppo. Mi rincresce tanto…».
    «Non ho più bisogno di molto, ormai», disse il bambino. «Solo un posticino tranquillo per sedermi e riposarmi. Mi sento molto stanco».
    «Ebbene», disse l’albero, raddrizzandosi quanto poteva «ebbene, un vecchio ceppo è quel che ci vuo­le per sedersi e riposarsi. Avvicinati, bambino mio, siediti. Siediti e riposati».
    Così fece il bambino.
    E l’albero fu felice.

    Questa sera siediti in un angolo tranquillo e aiu­ta il tuo cuore a ringraziare tutti gli «alberi» della tua vita.

    1. Me lo ricordo anche io questo brano della nostra gioventù, davvero bello!
      In questi giorni mio figlio sta imparando la poesia di Leopardi “Imitazione”:

      Lungi dal proprio ramo,
      Povera foglia frale,
      Dove vai tu? – Dal faggio
      Là dov’io nacqui, mi divise il vento.
      Esso, tornando, a volo
      Dal bosco alla campagna,
      Dalla valle mi porta alla montagna.
      Seco perpetuamente
      Vo pellegrina, e tutto l’altro ignoro.
      Vo dove ogni altra cosa,
      Dove naturalmente
      Va la foglia di rosa,
      E la foglia d’alloro.

      Mi pare molto bella, e stupefacente il fatto di far approcciare i bambini (sin dalla terza elementare) con poesie di questo calibro.

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